
Kyathos, ceramica attica a figure nere, 520 a.C. ca, Vulci, Necropoli dell’Osteria, Tomba 145 degli scavi Hercle, particolare, Sala 3.
Oggi parliamo di un artigiano del VI secolo a.C. che volle affidare il suo nome a un piccolo vaso, rendendolo così una testimonianza unica e preziosa. Si tratta di una coppa a figure nere con manico rialzato (un kyathos) prodotta ad Atene appositamente per il mercato etrusco e ritrovata nella tomba di una dama vulcente.
Sulla vasca sfilano dodici divinità, disposte a coppie: si riconoscono (da sinistra verso destra) Zeus e Hebe (o Iris), Efesto e Afrodite, Ercole e Atena, Dioniso e Hermes, Nettuno e Anfitrite (o Demetra), Ares e Era (o Estia). Dioniso occupa il posto d’onore, è circondato da tralci vegetali e regge un grande bocciolo di loto, mentre tutte le dee, eccetto Atena, offrono un fiore ai loro compagni.
Margherita Guarducci riconobbe nella decorazione un legame con le feste Antesterie, che si svolgevano ad Atene alla fine dell’inverno ed erano dedicate a Dioniso. Per tre giorni la città celebrava il dono del vino e la capacità generatrice della natura, aspettando la rinascita primaverile.
Ma ciò che rende il kyathos speciale è la firma lasciata dal pittore sull’orlo: “Ludos egraphsen doulos …” ovvero “Lo schiavo Lydos ha dipinto …”. Il significato delle altre parole non è molto chiaro: il nostro Lydos (da non confondere con il celebre ceramografo Lydos attivo fra il 560 e il 540 a.C.) era forse schiavo “di Mydea" o “originario di Myrina”, ma certamente fu un artigiano così orgoglioso delle sue capacità da volerci tramandare il suo nome, anche a costo di “ammettere” di essere uno schiavo.
Questo vaso è l’unica opera sopravvissuta di Lydos ed esprime uno stile molto personale, vicino - per alcuni aspetti - alle opere dei Pittori etruschi di Micali e di Monaco 892.
L’archeologa Athanasia Malagardis ha identificato in Lydos un etrusco emigrato ad Atene per motivi professionali (un antenato dei nostri cervelli in fuga?) nella grande e fiorente officina di Nikosthenes, dove lavoravano artisti di grande talento. Questa circostanza spiegherebbe sia le caratteristiche “etrusco-greche” del vaso sia il nome del pittore, che si definirebbe “Lido” in quanto era già viva ad Atene la tradizione che voleva gli Etruschi discendenti dei Lidi. Anche se è facile immaginare un artigiano etrusco in una officina ateniese grande e “multietnica”, questa resta solo un’ipotesi suggestiva, destinata a rinforzarsi o a cadere con la scoperta di futuri “indizi”.
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