
Supplizio di Marsia, affresco, Vestibolo di Venere, parete est, Villa Giulia
Quanto tempo era passato da quando aveva trovato quello strano oggetto che la dea Atena aveva scagliato lontano, maledicendolo, dopo averlo costruito e suonato durante un banchetto degli dei dell’Olimpo, suscitando ammirazione per la musica soave che produceva, ma anche l’ilarità di Hera e Afrodite, tanto era ridicolo il suo volto mentre lo suonava?
E quanto tempo aveva trascorso a esercitarsi fino a diventare un virtuoso, ammirato dai fratelli satiri e da quanti, uomini e dei, abitavano quelle selve di Frigia?
Questi pensieri gli attraversarono fulminei la mente mentre le forze ormai lo abbandonavano. A nulla era valso gridare il suo pentimento ad Apollo implacabile. Aveva osato sfidarlo: lui con l’aulòs e il dio con la lira, sicuro di poterlo battere. Ed era quasi fatta, tanto le Muse erano rimaste impressionate per le sue melodie e stavano per assegnargli la vittoria.
Ma poi quella trappola sleale: suonare lo strumento alla rovescia, o suonare e cantare insieme. E quello … no … lui con il suo strumento non lo poteva fare. Perciò, come del resto era nei patti, il vincitore poteva punire a suo piacimento lo sconfitto, e lui ora moriva, urlando al vento il suo dolore, appeso a un albero di alloro, mentre un servo scita, con il coltello affilato, gli strappava via la pelle dalle membra. E mentre muscoli e vene guizzavano allo scoperto e si contavano i visceri e tutte le fibre translucide del petto, posò sull’amato strumento l’ultimo sguardo offuscato dal sangue. Accorsero satiri, ninfe e pastori dei boschi e la terra, assorbito il loro pianto disperato, lo trasformò nel più limpido fiume della Frigia: Marsia.
Il supplizio di Marsia è rappresentato in un affresco del cosiddetto Vestibolo della Sala di Venere. Lo schema iconografico utilizzato (cfr. anche la coeva Sala dell’Apollo a Castel Sant’Angelo) è quello a noi noto attraverso molte sculture di età romana che riprendono un tipo elaborato in ambiente pergameno nel II sec. a. C. e che comprendeva la figura dello Scita inginocchiato e quella del Marsia appeso: in marmo rosso, come il Marsia rosso della Centrale Montemartini, utilizzato per accentuare l’effetto dello scorticamento, o in marmo bianco, come quello delle Gallerie degli Uffizi, riconducibile a un gruppo di cui faceva parte anche l’Arrotino (o Scita) della Tribuna degli Uffizi, trovato a Roma nel XVI secolo, acquistato nel 1561 dal Cardinale Ferdinando de’ Medici e che poteva dunque essere noto ai decoratori rinascimentali, ancora privi dell’immenso repertorio figurativo che due secoli dopo avrebbero restituito le citta vesuviane.
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